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"Il bambino di Armonia a tre anni sarà più intelligente e adatto all'industria di quanto lo sono a dieci anni molti bambini di Civiltà che a quell'età hanno solo antipatia per l'industria e le arti. L'educazione di Civiltà non fa sbocciare nel bambino in culla null'altro che manìe antisociali; ognuno si esercita a deformargli i sensi, aspettando l'età in cui gli si deformerà la mente" (Charles Fourier, La teoria dei quattro movimenti, 1808).

"Divieto del lavoro per i bambini! La totale abolizione del lavoro per i bambini è incompatibile con l'esistenza della grande industria. La sua attuazione sarebbe reazionaria perché, se si prendessero misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, l'unione tempestiva tra lavoro produttivo e insegnamento sarebbe uno dei più potenti mezzi di trasformazione dell'attuale società" (Karl Marx, Critica al programma di Gotha, 1875).

"L'insegnamento è inutile, eccetto nei casi in cui è superfluo" (Richard Feynman, La fisica di Feynman, 1963).

Indispensabile premessa

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La maggior parte della produzione pseudo-marxista del '900 sull'educazione aggiunge poco alle ricerche compiute in campo schiettamente borghese, e per di più inquina i propri risultati con ideologismi che non hanno nulla a che fare con Marx. Uno degli ultimi esempi fu Suchodolski, morto nel 1992, autore di un saggio intitolato Fondamenti di pedagogia marxista ma anche co-autore dei programmi educativi reazionari dell'UNESCO.

La corrente materialista volgare staliniana e quella idealista-culturalista fondata su Gramsci hanno in comune una specie di filosofia piuttosto che un'indagine scientifica; quella sindacalista, che in Italia è rappresentata dalla CGIL-Scuola, non esce da un basso profilo riformista-rivendicativo "docentocentrico". In quanto vere figlie della filosofia, sono da trattare con sospetto anche le varie correnti pedagogiche "affermate", come il positivismo, lo strutturalismo, il pragmatismo, il funzionalismo, il costruttivismo, il comportamentismo, ecc. Tutte soffrono di quel vizio fondamentale della conoscenza borghese che è il riduzionismo unilaterale.

Facciamo un esempio: per noi è ovvio che strutture e bisogni determinano le forme dell'azione (Piaget); che la funzione determina la forma (Bruner); che vi sono predisposizioni al linguaggio e all'apprendimento (Montessori, Lorenz, Chomsky); che è fondamentale la prassi attiva (Dewey); che l'uomo vive una specie di istruzione permanente e che occorre pensare all'uomo del futuro (Suchodolski, UNESCO); e così via. Ma queste sono banalità, se prese una per una. O pedanterie, se ognuna di esse si trasforma in un cavallo di battaglia specialistico su cui scrivere decine di libri. Un discorso a parte meriterebbe la colossale produzione strutturalista, catalogatrice e apparentemente universalista di Piaget, dato che essa "sembra scienza, senza esserlo", come soleva dire Feynman quando si trovava di fronte a troppe parole, ma non è certo questa la sede per farlo.

Più interessanti sono gli antichi, gli utopisti, gli universalisti del Rinascimento, gli scienziati del '600-'700 e infine gli eclettici fuori-corrente degli ultimi due secoli, alcuni dei quali, bistrattati in vita, sono oggi considerati "classici" della pedagogia e dell'educazione. Fra di essi vi è chi ha avuto intuizioni oggi pienamente confermate dalla neurobiologia e dalle scienze dell'informazione. Per il nostro articolo ci siamo basati, oltre che naturalmente sugli autori sopra citati, soprattutto sugli elaborati degli eclettici anticipatori, da cui abbiamo estratto gli aspetti a nostro avviso più connessi con il nostro programma di lavoro.

Una precisazione va fatta a proposito dell'abituale suddivisione, in questa serie di articoli, fra "Oggi" e "Domani": qui si troverà nella prima parte un po' di storia della scuola durante la Rivoluzione d'Ottobre, che a rigor di logica farebbe parte di una sezione "Ieri", mentre si troveranno addirittura esempi delle società antichissime nella sezione "Domani". L'apparente incongruenza è presto spiegata con il grado di sviluppo della società, che nel medio periodo non corrisponde al calendario: riteniamo infatti che la scuola d'oggi sia arretrata rispetto a quella prefigurata nella Carta della Scuola fascista del '39, e che gli esperimenti di istruzione extra-scolastica del periodo rivoluzionario russo siano più avanti della Carta fascista, malgrado gli ottant'anni passati. Riteniamo altresì che le antiche società di un'altra transizione, quella fra il comunismo primitivo e l'urbanesimo classista, possano offrire un buon esempio per farsi un'idea di ciò che potrà essere il "domani" dell'educazione quando saranno sparite, come allora, classi e proprietà.

Oggi

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Fabbrica di attrezzi ideologici per il dominio di classe

Proseguendo il nostro viaggio intorno al "programma immediato della rivoluzione proletaria" affrontiamo l'ultimo punto della traccia di mezzo secolo fa, da noi utilizzata come guida:

"Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento" (Riunione di Forlì" del PCInt., 1952).

In questo numero della rivista ci occuperemo della scuola, mentre l'attualissimo argomento dell'informazione e dello spettacolo sarà invece affrontato in un prossimo articolo. Diciamo subito che ci occuperemo della scuola in modo un po' particolare: per sbarazzarcene. Poiché nella società futura non ci sarà né divisione sociale del lavoro né Stato, non avrà ragione di sopravvivere un apparato statale chiamato "scuola" specializzato nell'educazione dei bambini e dei giovani. Prima di entrare nel vivo del tema, però, è indispensabile ricordare che ogni punto dell'elenco di Forlì, e in particolare quest'ultimo, reca un'impronta prettamente "bolscevica", nel significato che il termine aveva prima della bolscevizzazione forzata dell'Internazionale, cioè prima che a tutti i partiti aderenti venisse imposta la tattica – rovinosa per l'affermarsi del comunismo – che si faceva discendere dalla situazione russa di doppia rivoluzione, e che culminò nella definitiva russificazione stalinista. In ognuno di essi la funzione della dittatura del proletariato sembra circoscritta a una serie di particolari misure totalitarie per il controllo dei vari settori dell'attività umana. Siamo quindi ancora di fronte a una prassi molto diretta, al controllo sociale per decreto sostenuto dalla "guardia rossa", la cui necessità è indiscutibile quando la società non ha ancora sviluppato soluzioni mature.

Oggi la morente società capitalistica ci mostra (come al solito in negativo) molte potenzialità della società nuova per cui, come vedremo, le misure rivoluzionarie della dittatura proletaria saranno in minima parte puramente coercitive, mentre l'energia del proletariato verrà indirizzata alla liberazione della forza sociale, oggi totalmente frenata. Notiamo, en passant, che nel punto di Forlì, dove si dice che verranno prese "ovvie misure immediate, più vicino a quelle politiche per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa ecc.", l'attributo "comunista" è sfuggito evidentemente a causa del linguaggio di allora. Difatti lo Stato non ci sarà nella società comunista. Si può parlare di stato babilonese, romano, feudale o borghese; può essere uno strumento di una classe per la transizione al comunismo, per esempio "Stato proletario", in mano al partito comunista; ma non si può dire: "Stato comunista". È comprensibile che scrivendo i punti di Forlì i vecchi compagni siano scivolati su questa definizione: essi vissero la formazione dell'IC, la sua degenerazione, lo stalinismo e la riproposizione delle basi rivoluzionarie del comunismo; pur essendo molto sensibili al corretto uso dei termini, risentivano della loro stessa storia ed essa, volenti o nolenti, aveva una forte matrice russa.

Dunque, "Stato comunista" è un'espressione di impronta bolscevica, entrata nel linguaggio comune come tante altre che, sopravvissute fino a quest'epoca decadente, non hanno più il significato di un tempo. Siccome nel nostro programma di lavoro c'è anche l'impegno a dare una ripulita al lessico che utilizziamo, eliminando ovunque sia possibile i termini ambigui o logorati ormai dalla storia, nel corso della critica alla scuola attuale (e soprattutto nel corso della descrizione dei processi di formazione dell'uomo nella nuova società) eviteremo di contrapporre alla scuola borghese una "scuola comunista" o, peggio ancora, una "educazione comunista". Sono locuzioni che, al di là del problema scolastico, indicano concezioni stataliste e non organiche della società futura.

Se ci soffermiamo sulla realtà immediata della scuola italiana, della rete delle comunicazioni e dello spettacolo, dell'attuale cultura, del "diritto all’ozio", ecc., abbiamo sotto gli occhi uno scenario caratterizzato da polemiche da baraccone e lotte senza esclusione di colpi tra le diverse fazioni della borghesia, che si rinfacciano reciprocamente di puntare al controllo della scuola e dei media, instaurando così una dittatura di parte. E come potrebbe essere diversamente? Non possiamo pensare che una classe al potere – rappresentata dai destri o dai sinistri fa lo stesso – possa rinunciare ad armi del genere. La situazione non è certo peculiare dell'Italia, è la medesima in ogni paese, anche se in alcuni si manifesta in modo più eclatante. Ad esempio negli Stati Uniti, dove l'apparato scolastico e quello della comunicazione sono vere e proprie armi da guerra al servizio dello Stato (pur essendo a capitale privato nella maggior parte dei casi). Stiamo quindi parlando di un settore che è parte integrante del sistema comprendente esercito, magistratura, polizie, servizi segreti ecc., come si è ben visto nel dispiegamento dell'odierna strategia globale. Nella scala degli strumenti di dominio di classe, d'integrazione e di omologazione, la scuola viene prima di quelli per il mondo "adulto". È una fabbrica per produrli. È perciò un'emanazione direttissima del dominio di classe. In una società che non si basi su questo dominio, deve scomparire anche il suo maggiore strumento, già a cominciare dal periodo di transizione.

Cultura e dominio di classe

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Lo Stato di oggi attua sulla scuola, sull'informazione e sullo spettacolo una dittatura talmente perfezionata che non basta più cambiarle segno, occorre un salto in un'altra dimensione della formazione umana. E non si pensi che si stia parlando solo di ideologia in senso politico o economico: l'epistemologia borghese al completo, anche nel mondo scientifico (e diremmo specialmente in esso), si fonda su presupposti ideologici. Ecco perché questo punto di Forlì, più di altri suona inesorabilmente superato dai fatti, esattamente come successe al programma immediato che Marx ed Engels inserirono nel Manifesto. La società borghese è la più dinamica della storia e macina qualsiasi programma immediato. Il contesto non è più quello della rivoluzione russa, che doveva effettivamente introdurre ex novo un fattore di controllo sociale diverso da quello quasi esclusivamente poliziesco della società autocratica sconfitta. Nell'occidente capitalistico sviluppato, dove sono già presenti sovrabbondanti elementi di controllo sociale, basterà impadronirsene, trasformando quel che serve in un mezzo utile alla transizione. Più che a formare nuovi apparati, la nuova società sarà occupata a eliminarne di vecchi mentre si distrugge lo Stato borghese. Anche in questo caso verifichiamo che le basi della società nuova non sono più da "costruire", come si disse ancora per la Russia, basta demolire gli ostacoli che impediscono l'esplosione della forza produttiva sociale.

La scuola non è solo apparato statale per l'educazione. Essa è soprattutto strumento di riproduzione dell'ideologia dominante attraverso un metodo preciso. Tale dato di fatto, la cui enunciazione troppo concisa potrebbe sembrare una delle solite frasi fatte del luogocomunismo, è il risultato della divisione sociale del lavoro e, nello stesso tempo, il mezzo più potente per conservarla e consolidarla. Tutta la sovrastruttura di dominio del Capitale si basa su questo meccanismo di conservazione, perciò l'intera potenza di fuoco della rivoluzione dovrà essere diretta contro questa mostruosità, che da sola impegna, fra insegnanti, impiegati e allievi, centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, bruciando loro il cervello.

Al Congresso giovanile di Bologna nel 1912 i giovani del PSI si ribellarono all'impostazione "scolastica" che il partito voleva imporre alle sue sezioni giovanili giungendo a promuovere la trasformazione de L'Avanguardia, il combattivo giornale di lotta dei giovani, in attrezzo "culturale". Nella loro mozione la risposta fu nettissima:

"Considerando che in regime capitalista la scuola rappresenta un'arma potente di conservazione nelle mani della classe dominante; che nessuna fiducia sia da attribuirsi ad una riforma della scuola in senso laico e democratico; che scopo del movimento nostro è contrapporsi ai sistemi di educazione della borghesia; affermiamo che l'educazione dei giovani si fa più nell'azione che nello studio e in conseguenza esortiamo tutti gli aderenti al movimento giovanile socialista a riunirsi per discutere dei problemi dell'azione socialista comunicandosi i risultati delle osservazioni e delle letture personali e abituandosi sempre più alla solidarietà dell'ambiente socialista".

Proprio su L'Avanguardia comparvero attacchi rigorosi e coerenti alla concezione culturalista della lotta di classe. Nel 1913, per esempio, fu pubblicato uno degli articoli più calzanti e appassionati sulla funzione dell'ambiente socialista e proletario nella formazione antiscolastica del proletario (Un programma, l'ambiente). La propaganda, vi si scriveva, non ha mai fatto presa sul cervello ma sul sentimento, sulla disposizione alla battaglia, sull'odio classista verso una società infame. Solo un ambiente ferocemente anticapitalistico può essere la nostra "scuola" e solo in questo modo riusciremo ad affrancarci dalla schiavitù dovuta alle idee dell'avversario. In quei testi non si parla mai di una "scuola" alternativa a quella borghese e tantomeno di riformare quest'ultima. Anzi: in un altro articolo (La nostra missione), sempre del 1913, si fa notare ai "culturisti" del PSI che

"È un pregiudizio credere che la borghesia domini per mezzo dell'ignoranza: essa invece domina per mezzo della sua cultura".

Ne deriva che la cultura borghese, di cui la scuola è serbatoio e dispensatrice, è un obiettivo contro cui scagliare la forza della nuova società rappresentata dall'avanguardia rivoluzionaria marxista. Ben diversamente la pensava Gramsci che, pur avendo seguito (e subito tradito) la Sinistra Comunista nella formazione del Partito Comunista d'Italia, sosteneva addirittura la necessità di "creare" uno strato intellettuale di proletari specializzati entro una massa ritenuta fisiologicamente inadeguata:

"Se si vorrà creare un nuovo strato di intellettuali, fino alle più grandi specializzazioni, da un gruppo sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini conformi, si avranno da superare difficoltà inaudite" (Per la ricerca del principio educativo).